Foto di Stefano Corso per FPA

Paolini (Politecnico di Milano): “Scuola chiusa e ideologica”. Il Cantiere ha aperto il dibattito

di Paolo Paolini, Politecnico di Milano – advisor Cantiere Scuola digitale

 

Il Cantiere di FPA per la Scuola digitale è stata una occasione ottima per approfondire alcuni dei temi sollevati dal PNSD (Piano Nazionale Scuola Digitale). Prima di affrontare i temi specifici, potrebbe essere utile fare alcune osservazioni generali, partendo dalla premessa che il PNSD ha dato una scossa benefica al mondo della scuola, ponendo tutte le sue componenti di fronte al problema di come introdurre innovazione efficace nella scuola in conseguenza dei mutamenti nella società e nell’approccio alla didattica, in un’epoca in cui le tecnologie stanno radicalmente modificando organizzazioni, metodi e rapporti tra soggetti.

Scarica il report “Le condizioni abilitanti per l’attuazione del PNSD”, edizioni ForumPA

La prima osservazione generale riguarda la carenza di uno spazio vero e condiviso di approfondimento sui temi della scuola. Il MIUR sostanzialmente presenta dei documenti già elaborati e pronti per l’uso. I media si occupano della scuola pressoché esclusivamente in modo ideologico, o per problemi sindacali, o per aneddoti “eclatanti” (positivi o negativi). Le varie componenti sono ossessionate (magari giustamente) dai problemi operativi: cosa faccio oggi? Cosa faccio domani? Manca, e se ne sente la mancanza, un vero dibattito generale e preliminare: a cosa serve la scuola oggi? Quali obiettivi dovrebbe conseguire? Quali sono le direttrici perseguibili o auspicabili? Quali possono essere le novità forti e strategiche? Il dibattito, preliminare e approfondito, non c’è e non c’è nemmeno una sede in cui proporlo. Il dibattito dovrebbe PRECEDERE le azioni del MIUR (o delle altre componenti) e non seguire le emanazioni di direttive e la emissione di bandi. Dal dibattito nascerebbe una migliore consapevolezza (per ciascun attore coinvolto): non dovrebbe riguardare scelte immediate ed operative, ma approfondire i temi.

La seconda osservazione riguarda il ripiegamento della scuola su sé stessa. La scuola di fatto è chiusa al suo interno: le varie componenti della società, che potrebbero (o dovrebbero) contribuire, sono vissute come “esterne”, soprattutto nella fase di elaborazione e discussione preliminare. Aziende, università (non solo e non tanto quelle di pedagogia), soggetti della società civile, sono di fatto tenuti ai margini. Possono dire “sì o no” alle proposte, ma non riescono a partecipare alla organizzazione e soprattutto agli aspetti profondi di elaborazione delle proposte. Basti pensare a come si struttura il curriculum, come si organizza il lavoro a scuola, come (non) si lavora alle competenze generali, come si affronta il tema della inclusione o diversificazione, alla alternanza scuola-lavoro ecc..Il mondo esterno non è dentro la scuola, ma un interlocutore esterno, modesto e tutto sommato marginale.

La terza osservazione riguarda la ideologizzazione di quel poco di dibattito che si riesce fare. Facciamo un caso esemplare: la “inclusione”. Si continua a dire che la scuola italiana è altamente “inclusiva”, il che è sostanzialmente “non vero”. Non si vuole discutere di cosa inclusione voglia dire veramente e quali siano i metodi più efficaci, anche guardando a cosa succede nel mondo. Qualsiasi proposta di organizzazione diversa da quella attuale (anche basata su esempi ed esperienze internazionali) viene attaccata sul piano ideologico (“aziendalista”? “elitaria”? “discriminatoria”? …) senza entrare veramente nel merito. Molti altri temi (esempio materie umanistiche vs materie scientifiche, professionalizzazione vs. formazione di base, e così via) vengono affrontati sovente in modo ideologico e non efficace.

La quarta osservazione generale riguarda lo scollamento tra mondo della scuola e mondo della ricerca (sia italiana sia internazionale). La scuola italiana in sostanza non conosce i risultati della ricerca (se non tardi e in modo semplificato o banalizzato); la scuola italiana non partecipa veramente alla elaborazione della ricerca. Molte (quasi tutte) delle cosiddette “sperimentazioni” condotte dalla scuola italiana nulla hanno a che vedere con la ricerca, sia per il merito (cosa fanno) che per il metodo (come sono condotte e cosa rilevano). Questo scollamento danneggia la ricerca pedagogico/didattica in Italia (che spesso resta astratta e/o ideologica) e, più grave, danneggia la scuola stessa che non coglie opportunità che potrebbe cogliere, o imbocca strade già battute senza consapevolezza di cosa già si conosce.

La quinta osservazione generale riguarda la modesta (o inesistente) internazionalizzazione della scuola italiana. La causa immediata è la non capacità di maggior parte del personale della scuola di leggere e ancor meno di parlare correntemente l’inglese; questo riguarda sia gli insegnanti (e in parte lo si potrebbe capire), ma anche (e più sorprendentemente) lo strato culturale-intellettuale che della scuola dibatte. La causa più profonda in realtà si ricollega alla seconda osservazione (la scuola italiana non ama confrontarsi con altri, che potrebbero mettere in discussione le sue certezze) e alla quarta osservazione (la scuola italiana non sa o non vuole rapportarsi con il mondo della ricerca). Il risultato di questo isolamento dal resto del mondo è il costante ritardo nella innovazione ed alimenta la ideologizzazione (spesso astratta) del dibattito (per quel poco che c’è).

Le osservazioni generali non vogliono essere una critica distruttiva, ma piuttosto una analisi schietta da parte di chi vorrebbe la scuola italiana sempre più efficace e sempre più capace di incidere positivamente sull’evolversi della società italiana, guidando la innovazione portata dalle nuove tecnologie, piuttosto che subendola.

Il tavolo del cantiere ha affrontato nel merito alcuni dei nodi chiave che, nell’ambito del PNSD (dei cui aspetti positivi si è dato ampio attestato) possono frenare lo sviluppo e la evoluzione. Sono stati affrontati un certo numero di temi, tra gli infiniti possibili: i contesti organizzativi, la organizzazione degli ambienti di apprendimento, la formazione del personale (non solo insegnanti, ma anche dirigenti scolastici e personale tecnico-amministrativo), i contenuti digitali, la “governance” della scuola (chi decide cosa), la ricerca e la internazionalizzazione.

Un ultimo spunto: dal tavolo è emersa la idea di “Polireading” che è stata poi sviluppata da HOC-LAB del Politecnico di Milano. Più di 1400 addetti ai lavori (insegnanti, dirigenti, ricercatori universitari, …) ogni mese leggono articoli e documenti internazionali di ricerca tradotti in italiano e poi ne discutono. Una esperienza entusiasmante che dimostra come la scuola italiana abbia in sé le energie e la voglia per evolvere ed innovarsi. Chiaramente non risolve i problemi, ma è un segnale della direzione in cui muoversi (possibilmente con un ampio ruolo delle rappresentanze istituzionali).

 

 

Foto di Stefano Corso per FPA